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Tradizioni

La pacchiana Lo scopo del gruppo folkloristico " i Castruviddari" è quello di rispolverare le nostre tradizioni e farle conoscere nel mondo.

Il gruppo sta cercando di approfondire il lavoro di ricerca, disseppellire il patrimonio popolare e riportarlo alla luce.
Sempre alla ricerca di un passato attraverso i canti che esprimono, nella loro interezza, l'anima del nostro popolo.
Per conoscere le nostre tradizioni bisogna prima conoscere il nostro dialetto, assai difficile è indicare quale sia stato il primo linguaggio parlato in Calabria.

Per induzione, poiché gli Osci ne furono i primi abitatori si può ritenere sia stato l'osco di cui, del resto, si ha ancora qualche traccia.
Anche nel nostro, come negli altri dialetti calabresi, non mancano tracce di sanscrito, e ciò si spiega col fatto che l'osco deriva a sua volta dal grande ceppo indo-germanico.
I canti vengono interpretati nella nostra lingua di origine.
Essi rappresentano il nostro passato, i nostri giorni, i ricordi nonché i rimpianti, sempre avvolti da un sentimento di dolcezza che rende tutto più bello e significativo.
Il denominatore comune è sempre l'amore e spesso la gelosia, raramente l'odio o la vendetta e, nel loro insieme, i canti esprimono la natura e il carattere del nostro popolo, sobrio, gioviale, volitivo, tenace e fortemente legato alla sua terra e alla sua donna.
La pacchiana


I costumi, gli strumenti, i balli

I costumi Gli strumenti I balli

I costumi

A Pacchiana e U Cuzzu Il costume più rappresentativo è, certamente, l'abito da donna o " A Pacchjana", in dialetto castrovillarese.
Questo abito è costituito da:
"A Cammisotta", gonna molto voluminosa il cui orlo è di velluto verde;
"A Cammisa", camicia di tela bianca molto lunga, scollata e ricamata, raccolta in vita da un busto;
"U Silanu", grembiule di raso nero;
"U Maccaturu", fazzoletto di seta che serviva a ricoprire la scollatura della camicia;
"L' Abito di Gala", veste rossa e sopraveste di seta celeste plissettata e ricamata con trine dorate;
"U Vantisinu", grembiule di raso di sta ricamato con fili di puro oro zecchino;
"A Tuvagghjedda", velo ricamato che serviva da copricapo;
"I Manichi", maniche di raso di seta rosse ricamate con oro;
"A Cannacca", collana d'oro molto appariscente, indossata dalla Pacchjana Castrovillarese per partecipare ai cortei nuziali o, addirittura, alle funzioni religiose del proprio matrimonio, con un'acconciatura fatta di trecce di capelli con nastri di seta rossa "A Jittula".


Caratteristico anche il costume maschile, "U Cuzzu", che prende il nome dal cappello, copricapo a forma di di cono ornato con dei nastri di seta che, in base alla qualità, indicava la ricchezza della famiglia.
"U Cuzzu" dell'epoca vestiva con:
"U Cavuzu cullu Funniddu", pantalone di fustagno nero con il fondello;
"I Vose", ghette che coprivano anche le scarpe e si univano al pantalone abbottonandolo di lato;
"A Cammisa", camicia di tela bianca ricamata;
"U Gileccu", gilet ricavato da tessuti molto poveri, anche coperte inutilizzate;
"A Sciarpa", fascia di lana colorata;
"U Maccaturo", fazzoletto che serviva nei campi duranti i lavori;
"A Giacchetta", giacca di fustagno nera molto corta;
"A Ggiobba", sacca che, riempita, sembrava la gobba dell'uomo;
"U Caravisiddu" o "Cappa", mantello di panno nero con il colletto di pelliccia, che veniva usato anche dalle famiglie ricche.


I versi scritti da Anna Gioffrè per ricordare vari personaggi:

La Pacchiana 'U cuzzu e lla Pacchiana
Pì Corsu Garibaldi cu'llu custumu 'i gala
'a pacchiana cuntenta si nni và
quannu 'u solu 'ntu cilu 'on vò chjù stà.
Quiddu curpittu jè jancu cumu 'a niva.
Quiddu velu chjù jancu da' cira
e llu sulanu tuttu chjnu d'oru
chi splenni chjù lucentu sutta
l'ultimi raggi di 'stu solu.
'A faccicedda soja jè chjna chjna,
i cpaidduzzi nivuri spartuti da 'na grossa scrima.
E quannu 'u cuzzu a 'ncontri pi' lla via,
'u coru suju si jnchj d'alligria.
Ma 'sta visiuna duri pochi istanti,
piccatu, pristu si perdi ogni duciu 'ncantu.
"Castruviddaru miu, Castruviddaru,
'nta 'sti simbianzi toje quant'armonia,
cumi t'agghia fà capì 'sta simpatia,
Castruviddaru miu, chi nostalgia".
'A vita 'ntu pajsu a quidda età
jeri chjna 'i muralità
a quiddi timpi chi cuzzu e pacchianedda
jerinu pirsunaggi tipici 'i quidda vita
semplici ma bedda.


Da "Ieri e oggi nella storia del mio Paese" di Anna Gioffrè


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Gli strumenti

Gli strumenti Impressionante era il modo di costruire, artigianalmente, gli strumenti musicali servendosi soltanto di pelle di pecora o di capra e del legno, materiale facile da trovare visto che, il nostro, era un popolo di contadini.
Tra gli strumenti:
"U Cuppu Cuppu", barile di legno ricoperto in alto da pelle di capra al quale veniva inserito una canna "Cannisca" che sfregata emette un suono cupo;
"U Zirru Zirru", è formato da due aste di legno sulle quali sono applicate delle piastre di ferro "I Cioncianedde" . Viene utilizzato come un violino;
"U Tammuru", cerchio di legno ricoperto, da un lato, con pelle di pecora. Usato, principalmente, dalle donne;
"U Murtalu", pesa sale di bronzo;
"Ariganetta", organetto;
"Ciramedda", forse il più complicato ma, di sicuro, il più caratteristico. Composto da due flauti di legno. Uno serve per gonfiare un otre di pelle di capra e l'altro per suonare.

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I balli tipici

"La Tarantella"
Esibizione dell' agosto 2007 al "Festival Internazionale del Folklore di Zakopane" (POLONIA).
Con i vari strumenti, utilizzati da "I Castruviddari", si allietavano i lavori nei campi , e il trascorrere delle giornate con danze come "A Tirandedda", vero e proprio strumento per dichiarare l'amore del maschio verso la donna.

Tra le altre danze "A Quaddrigghia", ballo comandato dal maestro di ballo "U Mastu i Ballu", che dà comandi ai ballerini usando accenti francesi.


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